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Già nell'età imperiale romana il lago fu scelto come scenario privilegiato per l'edificazione di splendide ville, in stretto contatto con l'ambiente naturale e pensato come luogo di fulcro delle attività agricole. Molte sono descritte nei capitoli di visita; in questo itinerario, invece, ne sono state individuate otto ritenute emblematiche per l'evoluzione di archittetura, tipologia e funzione.
Villa Gallio a Gravedona Fatta costruire intorno al 1586 dal cardinale Tolomeo Gallio, insignito da Filippo II del feudo delle Tre Pievi (Dongo, Gravedona e Sòrico), tradisce esigenze politico-strategiche: quattro austere torri angolari, alleggerite da altane, ne chiudono la mole, riproponendo la struttura fortificata del maniero altomedievale abbattuto e forse in parte riutilizzato per la nuova dimora. Il carattere feudale è ribadito anche dalla posizione, isolata e strategica, quasi a dominare la parte settentrionale del lago. La disposizione del salone centrale, che attraversa la struttura terminando in due logge, una affacciata al lago e una a monte, richiama con colta citazione le idee del trattatista Sebastiano Serlio. Recenti studi attribuiscono il progetto a Giovanni Antonio Piotti piuttosto che al più celebre Pellegrino Tibaldi. Mancano descrizioni dell'assetto cinquecentesco del giardino, che, stretto fra il lago e la 'strada Regina», doveva essere alquanto modesto nelle dimensioni. Le fonti settecentesche parlano di una sezione all'italiana, ripresa oggi nel giardino d'ingresso, sostituita con un impianto all'inglese nel corso del XIX secolo. Oggi è sede della Comunità montana dell'Alto Lario occidentale.
Villa Carlotta a Tremezzo Si visitano la villa e il giardino Edificata da un architetto sconosciuto tra '600-primi '700 per volontà del marchese Giorgio Clerici, ha facciata sobria, propria del barocco lombardo. L'insieme si dispone in modo speculare rispetto all'asse che dal cancello di ingresso, attraverso il giardino, l'atrio e il salone, culmina nella nicchia del cortile posteriore. Nel 1801 la villa passa a Giovanni Battista Sommariva, che aggiunge il coronamento alla facciata, con fastigio e orologio, le serliane e le splendide collezioni all'interno (fra cui capolavori di Canova e Thorvaldsen), per cui la villa è tuttora celebre. Mentre la villa cinquecentesca si affaccia direttamente sal lago, la tipologia secentesca prevede un giardino come filtro scenografico, qui organizzato in ripiani bastionati connessi da rampe e scalee, sfruttando il declivio dei monti di Tremezzo. Il giardino settecentesco presentava spalliere di agrumi di sapore classicheggiante, mentre in quello all'italiana natura e artificio si sfidavano fra giochi d'acqua e suggestive fughe prospettiche. All'epoca di Sommariva subentra la nuova sensibilità romantica e nell'area collinare retrostante viene allestito un parco panoramico all'inglese, ricco di scorci inaspettati e pittoreschi. Il parco odierno, impreziosito di essenze come rododendri, azalee e palme, ripropone la passione botanica tardoromantica dei principi tedeschi, mentre il giardino antistante conserva la griglia formale all'italiana.
Villa Erba a Cernobbio Visitabile solo su appuntamento per gruppi La villa sorge per volontà del collezionista e maestro di pianoforte Luigi Erba, fratello di Carlo dell'omonima farmaceutica, nell'ultimo decennio del XIX secolo. Gli architetti incaricati, Gian Battista Borsani e Angelo Savoldi, allestiscono un décor neomanierista, sull'onda dei restauri del milanese palazzo Marino, seguiti proprio dallo stesso Borsani. La struttura compatta è munita di torretta sfoggia timpani spezzati con mascheroni inseriti, bassorilievi con ghirlande floreali e teste leonine a imitazione del repertorio decorativo cinquecentesco di Galeazzo Alessi. La sequenza di foresteria, scuderia, triplice portineria e darsena ripropone in scala minore lo sfarzo delle antiche ville, in un'epoca che ha perso la 'memoria umanistica' e il vincolo anche economico con la campagna circostante. Le nuove classi imprenditoriali, in foga dalle realtà produttive della città, ricercano nel villino solo il luogo di una quieta villeggiatura, rinunciando al dominio sul paesaggio. Fra gli ospiti celebri ricordiamo Giuseppe Verdi e Arrigo Boito nella sala da concerto, nonché Luchino Visconti, nipote della proprietaria Anna Brivio. Da circa un decennio ospita il Centro Internazionale Esposizioni e Congressi su progetto de Mario Bellini (1986-1990). Il complesso, che si rifà alle grandi serre settecentesche, propone tre all agganciate a un padiglione centrale, in materiali trasparenti e forme ondulate per meglio compenetrare il paesaggio.
Villa Melzi a Bellagio Si visltano I giardini e la cappella Voluta da Francesco Melzi d'Eril, gran cancelliere del governo napoleonico e duca di Lodi, sorge fra il 1808 e il 1810 su progetto del ticinese Giocondo Albertolli, che cura sia il raffinatissimo impianto architettonico che gli arredi interni. Albertolli crea un insieme di grande eleganza sovrapponendo a una base di bugnato liscio due ordini di sobrie finestre rettangolari poggianti sulle cornice marcapiano. La facciata rivolta al parco appare più chiaroscurata anche grazie alla loggia aperta nel corpo di fabbrica centrale. L'originaria struttura `chiusa' a U, di remota origine castellana, sopravvive nel Lario fino al XIX secolo, mentre in altre regioni sparisce già dal XVI secolo per dar luogo a forme in più aperto dialogo con lo spazio intorno. Notevole la cappella, iniziata a partire da 1816 in forma di mausoleo e tempio insieme. Il parco viene disegnato negli stessi anni dall'architetto Giuseppe Canonica e dall'agronomo Luigi Villoresi, primo esempio sul Lario di giardino all'inglese, decantato da Liszt e Stendhal.
In un contesto sorprendente e volutamente informale, Villoresi sistema la canfora dalla Cina, l'olmo di Siberia dal Caucaso e altre rarità esotiche, favorite dal clima mite, dall'acidità del terreno e dalle abbondanti precipitazioni. I gruppi arborei fanno da cornice ad antichità etrusche ed egizie, a una Kaffee House in stile moresco e al gruppo marmoreo di Dante e Beatrice di Comolli. In un raffinato gioco intellettuale, il giardino offre fughe nello spazio e nel tempo, care alla sensibilità romantica. La villa è dal 1929 residenza della famiglia Gallarati Scotti, che tuttora vi abita.
Villa Balbianello a Lenno Sono visitabili Is villa e i giardini Nel 1787 Angelo Maria Durini, legato pontificio e nunzio apostolico a Malta, acquista in punta Balbianello con il soppresso eremo francescano di S. Giovanni. Alla chiesetta con i due campanili e all'edificio si aggiunge una loggia con due padiglioni ai lati, uno adibito a studiolo e l'altro a sala da musica. Durini in estate vi riunisce l'élite sociale e intellettuale, attirata dalla ricca biblioteca e dall'amenità del sito, fra cui l'abate Parini, che dedica al cardinale l'ode La gratitudine. Nei cenacoli al Balbianello viene anche servito il caffè per la prima volta in Lombardia: il motto «Fay ce que voudras), scolpito presso il porticciolo d'accesso ribadisce la vocazione eccentrica dell'insediamento. Dopo il 1797 la proprietà passa al conte Luigi Porro Lambertenghi e in seguito alla famiglia Arconati Visconti. divenendo luogo di cospirazione anti-austriaca: Silvio Pellico vi passa l'ultima notte prima di venire arrestato il 13 ottobre 1820. L'ultimo proprietario, l'alpinista ed esploratore artico conte Guido Monzino, arricchisce la villa di statuette eschimesi e precolombiane, di numerosi volumi e carte geografiche, oggi esposti in un percorso museale. Dal 1988 il complesso è gestito dal FAI Dato il declivio del terreno, il parco non consentiva nè un implanto geometrico nè la crescita di ricercate specie botaniche care al gusto tardoromantico. Di contro, oggi convivono eccezionalmente flora alpina ed esotica in una sintesi armoniosa di natura, architettura e paesaggio lacustre.
Villa Olmo a Como Sono visitabili Is villa e giardini Eretta per volontà di Innocenzo Odescalchi a partire dal 1782 su una precedente villa di famiglia, rappresenta l'episodio piu puro di adesione ai principi dell'illuminismo franco-lombardo, che trova nel gusto neoclassico la più compiuta espressione. Il committente, formatosi a Roma e membro dell'Accademia dell'Arcadia, affida a Simone Cantoni e al capomastro Innocenzo Regazzoni la realizzazione del complesso. Cantoni torna alla purezza delle forme architettoniche della classicità liberate dagli eccessi del barocco. Il corpo centrale, tripartito da un ordine gigante di lesene e colonne ioniche, sfoggia proporzioni modulari basate sulle regole della sezione aurea. L'esprit philosophique che informa l'architettura, permea anche l'iconografia delle decorazioni, a partire dai cinque tondi con antichi filosofi in facciata e proseguendo all'interno con raffinate allegorie dei diversi aspetti della natura e dei vari gradi di perfezionamento intellettuale. Cantoni dà particolare risalto alla darsena, quale prima tappa di una progressione che, passando per la villa, culmina nel giardino, che, in un disegno del 1782, esprime un completo dominio sulla natura rispettando le stesse geometrie generatrici dell'edificio. Nel 1824 muore Innocenzo e la proprietà passa a Giorgio Raimondi, che aggiorna il giardino secondo il nuovo ideale paesaggistico, ricco di varietà esotiche ma privo di relazioni con l'edificio. Nel 1883 la villa viene acquistata da Guido Visconti di Modrone, che demolisce le ali laterali, per creare un accesso via terra e costruisce un teatrino, mentre gli interni vengono aggiornati secondo il gusto neobarocco. Terminato il rapporto privilegiato col lago e abbattuti i locali di servizio, la villa ormai contaminata dalla moda del revival tardo ottocentesco perde il connotato di umanistico luogo degli otia letterari per diventare aristocratico rifugio dal caos metropolitano. Acquistata nel 1925 dal comune di Como, è oggi il principale polmone verde della città.
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